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Cooperative di comunità: il neo-mutualismo che rigenera territori e relazioni

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«Un modello innovativo e sempre più diffuso per generare sviluppo inclusivo, sostenibile e partecipato, soprattutto nelle aree interne e nei contesti urbani segnati da disagio sociale ed economico. Non sono un ritorno nostalgico al passato, ma una forma inedita e coraggiosa di impresa sociale che nasce dal basso e si fonda sul principio più antico e rivoluzionario: il mutualismo».

Così Andrea Baldazzini, responsabile Area Welfare ed Economia sociale presso il centro di ricerca AICCON – Università di Bologna, classifica le cooperative di comunità sulla scorta del Rapporto “Economie di luogo: fotografia e dimensioni qualitative delle cooperative di comunità”, realizzato dal centro di ricerca per analizzare un fenomeno capace di espandersi a macchia d’olio, generando opportunità proprio dove sembrava non potessero più esistere.

Ci sono specificità territoriali?
«Un numero significativo di realtà cooperative non sono in aree interne, ma in zone urbane o periurbane. Siamo quindi di fronte a nuove forme di mutualismo, capaci di rispondere ad esigenze attuali. È un modello che funziona, in cui l’interesse economico si accompagna a quello sociale. Insomma, la narrazione che sia un modello per le sole aree interne non regge più».

In che cosa si sostanzia il neo-mutualismo?
«Il termine indica nuove esperienze di scambio mutualistico attraverso forme di impresa a tutti gli effetti ma che esistono in virtù delle comunità che partecipano alle loro attività d’impresa. La partecipazione della comunità è sostanziale».

Quali sono le motivazioni che portano alla nascita di cooperative di comunità?
«In tanti casi nascono per rispondere a fragilità del territorio in cui si vive, ma anche per soddisfare dei desideri. Per esempio, nella borgata del Quarticciolo, nella periferia est di Roma, è nata per rispondere a un desiderio di socialità».

C’è un carattere che accomuna le esperienze diffuse in Italia?
«La capacità di collaborare con tutti gli attori del territorio, dagli enti locali all’economia sociale e alle aziende for profit. Sono realtà capaci di adattarsi al contesto».

Passiamo alle criticità di questo modello.
«È indispensabile un’educazione imprenditoriale per dare sostanza all’entusiasmo iniziale, servono competenze vere e solide. Ma c’è anche una scarsità di risorse ad hoc perché le cooperative di comunità non rientrano tra le imprese, non sono associazioni e neppure cooperative sociali e questo rende complesso partecipare ai bandi. È necessario che sia riconosciuta la specifica natura di questo tipo di impresa sia dal pubblico che dal privato».

Ci sono altre criticità emergenti che avete osservato nella vostra ricerca?
«Direi la difficoltà di durare nel tempo. Non c’è solo il tema delle competenze imprenditoriali. In queste esperienze è fondamentale la cura delle relazioni con la comunità ed i cittadini in primis. Anche questo è parte del lavoro e non può essere lasciato al caso».

Intervista pubblicata su “Il Tirreno” il 18 febbraio 2026.